Intervista a Francesca Magnani che porta la fotografia urbana di New York a Kyoto

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Francesca Magnani è una fotografa italiana basata a New York. Il suo progetto “Io era tra color che son sospesi” è esposto a Kyoto nell’ambito del progetto artistico FOTOZOFIO. Alcune sue opere sono entrate nelle collezioni dello Smithsonian National Museum of American History, del Museum of the City of New York e dell’ International Center of Photography.

Quando: 17 aprile – 17 maggio 2026

Dove: Kyoto, Shimogyo-ku, sottopassaggio di Nagatohoko-cho (vicino alle uscite 18-19 della stazione Shijo della metropolitana municipale di Kyoto e della stazione Karasuma della Hankyu Electric Railway). Google Maps

Io era tra color che son sospesi, Kyoto 2026 © Foto di Francesca Magnani 

Da New York a Kyoto, la fotografia dell’italiana Francesca Magnani nasce camminando. Le sue immagini di osservazione urbana sono attualmente esposte in Giappone in uno spazio di passaggio quotidiano: il sottopassaggio della metropolitana Shijo-Karasuma a Kyoto.

Il titolo della serie riprende un verso dell’Inferno di Dante e richiama l’idea della “sospensione”: uno stato intermedio che appartiene tanto ai personaggi fotografati quanto a chi vive tra paesi e lingue diversi. Nelle immagini di Magnani — italiana di origine e residente da anni a New York — uomini e donne appaiono immersi nei propri pensieri, isolati per un istante all’interno del paesaggio urbano della città americana.

In questa intervista, l’artista ci racconta come nasce la sua intuizione fotografica, la poetica di Dante applicata alle sue opere, il concetto di sospensione e passaggio, ricordandoci tra le altre cose l’importanza di fermarci ed osservare.

1. Vorrei partire dal tuo processo creativo: il camminare sembra centrale nel tuo modo di fotografare. Quando cammini per New York, come senti l’intuizione per lo scatto giusto?

Ho scoperto la città inizialmente camminando molto e fotografando, e questa modalità continua anche oggi. Credo sia un modo di sperimentare l’energia della strada standoci dentro e quasi misurandola passo a passo. Credo anche che sia un procedimento legato alla luce, come quando dici “camminiamo dal lato del sole” o quando, attraversando i grandi ponti newyorkesi, le immagini si coprono di quel brillìo della luce riflessa sull’acqua. Sicuramente senza ragionarci su, mi trovo a scegliere un percorso o un altro, a seconda dell’ora, del clima, della temperatura. Camminando e respirando all’aria aperta, tutto ciò influenza anche lo stato d’animo. Henri Cartier-Bresson diceva che fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. Io metto insieme l’atto del camminare, respirare, sentire. Ho capito molto presto, sin dai primi corsi di camera oscura alla New School e all’ICP nei primi anni 2000 che riguardare le foto fatte in un giorno o in un certo periodo getta luce sul proprio stato emotivo e psicologico. Quindi il mio procedimento è all’inverso, l’immagine mi viene incontro, quello che mi colpisce può essere una scena inaspettata o un colore che prende gran parte del campo visivo, o anche solo un dettaglio. Poi, solo dopo, capisco perché.

L’immagine mi viene incontro, quello che mi colpisce può essere una scena inaspettata o un colore che prende gran parte del campo visivo, o anche solo un dettaglio. Poi, solo dopo, capisco perché

Io era tra color che son sospesi, Kyoto 2026 © Foto di Francesca Magnani 

2. Hai parlato di un legame tra i tuoi passi e il ritmo dell’endecasillabo. Puoi raccontare in modo semplice come funziona?

Anche in questo caso, sono parole che emergono alla coscienza senza ragionamento, non deve per forza essere un verso, potrebbe anche trattarsi della frase di una canzone. Il ritmo, la metrica vanno di pari passo con gli itinerari urbani.

Il ritmo, la metrica vanno di pari passo con gli itinerari urbani.

Nel mio caso, vivendo in un paese dove non si parla italiano, credo che questo fenomeno abbia a che fare con l’identità e la memoria, oltre che con il movimento nello spazio. L’endecasillabo è il verso di Pascoli, Dante, Leopardi e quindi essendo italiana è impresso nel mio quotidiano. Non occorre avere un passato accademico perché questo accada: negli anni 70 e 80 si imparavano ancora le poesie a memoria.

Io era tra color che son sospesi, Kyoto 2026 © Foto di Francesca Magnani 

3. Il titolo così poetico del tuo progetto, Io era tra color che son sospesi, viene dai versi di Dante. Perché hai scelto proprio questa frase?

Anche in questo caso è stato un procedimento a ritroso. Riguardando nel mio archivio certe mie immagini in cui il soggetto pareva isolato e incastonato nelle linee dell’architettura circostante, immerso nei suoi pensieri o un una sua attività, ho pensato che io stessa nel vederlo facevo parte della stessa scena e della stessa atmosfera. Mi sono rivista anch’io nella serie di queste persone che erano apparse sul mio cammino, e mi è venuto in mente quel verso, da solo. Poi, andando a guardar meglio, mi sono resa conto che fa parte di una delle mie terzine preferite: 

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

Mi piace perché viene descritto uno degli effetti dell’amore, quello, centrale nell’amor cortese, per cui nasce immediata la voglia di “servire” la donna amata. Ho insegnato per anni letteratura e lingua agli studenti dell’università newyorkese; in particolare con Bill, un signore amante di Dante, ci siamo ritrovati per anni in un bar di Union Square a leggere e commentare, settimana dopo settimana, l’intera Divina Commedia. Ricordo che subito dopo quelle lunghe letture in rima la realtà che mi si presentava sotto gli occhi “era più in ordine”, o comunque aveva una forma diversa. Sul significato più letterale della sospensione credo ci possano essere varie interpretazioni, non ultima quella che sente chi vive tra due paesi, due lingue e due culture, per cui sospetto che i lettori di Dolce Vita ben capiscano quello che intendo dire usando questo aggettivo.

Sul significato più letterale della sospensione credo ci possano essere varie interpretazioni, non ultima quella che sente chi vive tra due paesi, due lingue e due culture

4. A Kyoto le tue fotografie sono esposte in un passaggio vicino alla metropolitana, un luogo di persone in transito, un luogo sospeso. Questo contesto cambia il modo in cui comunica il progetto?

Sì, ogni decisione curatoriale e modo di installare le foto ne cambiano la fruizione e il risultato. Ho visto questo con la mia serie precedente, The Blue Bridge, per cui le stesse immagini sono state esposte in un chiosco dentro un centro commerciale a Berlino, in una pizzeria a Sydney, e di recente in un bar dell’East Village a New York. Ogni parete per forza di cose ha determinato sia il tipo di pubblico sia il momento della giornata in cui le immagini venivano viste. Ho una lunga esperienza di esposizioni e le mie preferite sono proprio quelle in cui le foto possono essere viste dalla strada, come nel caso delle grandi vetrate della Galleria Samonà a Padova o addirittura in strada come succede ogni anno a New York durante Photoville, o come accadde a ridosso delle pandemia quando il Museum of the City of New York fece una mostra solo esterna installando le foto (stampate su un materiale plastico resistente alle intemperie) sulla cancellata e il portico antistante all’ingresso. Per questa mostra giapponese quindi ho molto apprezzato la scelta di esporle nel sottopassaggio della metropolitana Shijo-Karasuma (uscite 18-19 per chi dovesse passarci!). In questi giorni tutta Kyoto è partecipe di varie iniziative fotografiche collegate dal fatto che gli organizzatori si conoscono e comunicano tra di loro: Kyotographie, l’iniziativa più eclatante per cui grandi sponsor portano una dozzina di fotografi in posti molto evocativi, come templi o mercati di quartiere; KG+, per cui un centinaio di mostre indipendenti si svolgono in piccole gallerie, negozi, bar; Fotozofio, una rassegna sul tema della memoria che presenta il lavoro di una decina di fotografi. Personalmente mi è parsa un’occasione unica poter vedere le immagini nel contesto dei pendolari che nei diversi momenti del giorno cambiano treno o passano di fretta o sovrappensiero per spostarsi da un punto all’altro della città.

Pendolari che nei diversi momenti del giorno cambiano treno o passano di fretta o sovrappensiero per spostarsi da un punto all’altro della città

Per questo sono venuta a fotografarli, e mentre ero a Kyoto sono tornata più volte a vedere il passaggio. In un certo senso preferisco che le foto siano visibili senza un biglietto d’entrata, senza la barriera di una porta d’ingresso, senza dover fare la scelta o meno di attraversare una soglia. In questo modo l’incontro con la scena si avvicina all’immediatezza che ho provato io.

Io era tra color che son sospesi, Kyoto 2026 © Foto di Francesca Magnani 

5. Cosa speri che un passante giapponese possa sentire o immaginare incontrando queste immagini nel suo percorso quotidiano?

Per lo più ho visto che la gente era di fretta, o immersa nei suoi pensieri e non si fermava ad osservare il muro. A volte invece qualcuno si girava e gettava uno sguardo veloce, un’occhiata. In alcuni casi qualcuno si è fermato guardando ogni singola immagine e nome. Più che avere un’idea di cosa il passante potesse immaginare era per me interessante vedere cosa effettivamente accadeva, ed è stato come un piccolo spettacolo giornaliero vedere attimi di vita di uomini e donne, soli, in coppia o in famiglia, quel momento di passaggio che nessuno nota, come hai detto tu “sospeso” tra il punto A e il punto B. Ho osservato abiti, atteggiamenti, andature che magari per strada mi sarebbero sfuggiti. Per chi si ferma, le foto sono come finestre che si aprono sul mio mondo, e anche più in generale su un altro mondo possibile. Più prosaicamente aggiungo anche che ogni attimo sottratto a un telefonino è una conquista.

Ogni attimo sottratto a un telefonino è una conquista

Per esperienza personale so che sempre più tempo, anche proprio camminando, lo si passa attaccati a quello schermo e mi piace aver contribuito a creare una situazione che può distogliere da quello facendo intervenire altri pensieri. Anche la vita a New York si associa spesso con l’idea di fretta e caos. Nelle foto esposte si coglie della città un altro aspetto, perché i protagonisti si sono creati intorno un ambiente che pare silenzioso, tranquillo.

6. Sei italiana, vivi a New York e ora esponi il tuo lavoro a Kyoto. In che modo senti che questi tre luoghi dialogano nella tua fotografia?

Quando fotografo scatto quello che mi trovo davanti, senza rincorrerlo. Quindi, con naturalezza, di questi giorni avrò foto di Kyoto e di Tokyo, e solo in seguito forse capirò davvero cosa ho visto.

Di questi giorni avrò foto di Kyoto e di Tokyo, e solo in seguito forse capirò davvero cosa ho visto

Esporre a Kyoto mi ha permesso di vedere come è nel momento della stampa accade qualcosa di mirabile, per cui pare quasi che le città e quindi le identità si sovrappongano coesistendo. Stili, gesti, posture, atteggiamenti, abiti, abitudini: l’istante dello scatto rivela ciò che solo la presenza fisica in un luogo può dare. Essendo qui da sola ogni conversazione e itinerario arrivano come un insegnamento, con dettagli inaspettati. Per questo sono molto grata alla possibilità che ho avuto di viaggiare e di essere qui in questo momento.

Per saperne di più:

www.francescamagnani.com/ 

@magnanina

Io era tra color che son sospesi, Kyoto 2026 © Foto di Francesca Magnani